di Piervincenzo Di Terlizzi, su Bordopagina
Ho riflettuto in questi giorni su Malascuola.
Cremaschi ritiene, ed intende dimostrare capitolo per capitolo, che con alcuni criteri di razionalizzazione sia possibile non solo fare dei risparmi generici, ma affrontare le sei questioni essenziali (sulle quali la convergenza nel mondo scolastico è forte, a prescindere dagli orientamenti politici):
-edilizia scolastica all’altezza,
-modifica del rapporto di lavoro dei docenti,
-riforma degli ordinamenti,
-lotta alla dispersione scolastica,
-sostegno al merito e al talento,
-finanziamento alla ricerca. Che scuola vien fuori, dunque, dalla proposta di Cremaschi? I punti salienti:
- una scuola con meno ore in classe la settimana alla mattina, col sabato libero però e articolata su più settimane; una scuola con la possibilità di suddividere, specie nella secondaria, gli argomenti in moduli semestrali;
- una scuola che conserva l’ossatura della primaria attuale e che modifica le superiori col modello 2+2+1 (biennio comune, biennio d’orientamento, anno d’elezione orientato alla scelta universitaria: ossatura articolata e flessibile dunque), facendo iniziare il percorso a 5 anni per giungere a 18 con un esame naturalmente nuovo e modellato sul Baccalaureato francese;
- una scuola che pianifica le nuove assunzioni riducendo il numero dei docenti: la chiave è non rimpiazzare tutti quelli che, in questi anni, andranno in pensione -però, allo stesso tempo, riuscire ogni anno a selezionare e motivare all’insegnamento migliaia di giovani talenti;
- una scuola che prevede un diverso statuto del docente, con più ore da passare a scuola, una articolazione di carriera e di retribuzione fatta di ruoli funzionali e di valorizzazione del merito;
- una scuola con alcune indicazioni fondamentali formulate a livello nazionale e poi con margini organizzativi nei singoli istituti.
Punti critici e non condivisibili, com’è giusto, non mancano, ma mi pare che Cremaschi abbia messo in conto anche questi, dando in fondo al suo lavoro più il carattere di agenda setting che di proposta rigidamente normativa: ad esempio, mi pare che l’autore ritenga più facilmente liquidabili di quanto non siano la questione del precariato e quella del ruolo del “personale non docente”, mentre forse la strada concreta per affrontare le questioni della scuola sia anche in una dettagliata road map di gestione di questi aspetti. Anche sull’autonomia scolastica e sul rapporto tra scuole e territorio si rimane desiderosi di qualcosa di più, ma questo è forse anche per l’impressione che Cremaschi pure su questo potrebbe dire, appunto…in ogni caso, al libro è associato un blog che sembra proprio voler stimolare le riflessioni e gli interventi.
In ogni caso, la mappa della situazione è precisa, le proposte avanzate sono chiare ed hanno tutte alle spalle storia e discussioni, non vengono certo dal nulla: l’aspetto cruciale è, come l’incipit e l’epilogo del lavoro ben colgono, quello politico.
Non tanto il fatto che la politica s’interessi della scuola, quanto il fatto che la politica sappia progettare per la scuola: due cose molto diverse. La misura della differenza tra questi due atteggiamenti l’avremo sicuramente nei prossimi mesi, attorno al tema della revisione del ciclo secondario d’istruzione.

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