CLAUDIO CREMASCHI, Malascuola
Piervincenzo Di Terlizzi
Come scrivevo nello scorso numero del Momento, il mondo scolastico nel suo insieme ha iniziato un anno denso di appuntamenti decisivi e di scelte fondamentali, talmente intricati da rendere preferibili ai più (soprattutto ai più furbi, ai più stanchi) le colorite ed innocue discettazioni sui volti in condotta ed i grembiuli, o quelle colorite e meno innocue su bulli e telecamere. Chi avesse ancora fiducia nelle possibilità di farsi un’idea non frammentata delle questioni in campo può però ricorrere ad un libro uscito nella prima settimana di settembre : Malascuola, di Claudio Cremaschi (Piemme, pagine 304, euro 17,50).
Il titolo, va detto, è forse una delle cose più discutibili del lavoro, il cui autore è uomo di scuola, insegnante prima e poi dirigente d’Istituto. Il pregio fondamentale del libro è, più sostanzialmente, quello di proporre, con chiarezza d’idee e di esposizione, un approccio organico alla questione della scuola italiana (soprattutto all’ordinamento primario e secondario; sull’università non mancano delle riflessioni, che tuttavia sono offerte più episodicamente), a partire da un assunto ipotetico: quello, cioè, di diventare Ministro dell’Istruzione nell’Italia di oggi.
Investito dunque del ruolo, Cremaschi immagina di dover proporre un programma, che punti ad un accordo di ampia convergenza politica tra maggioranza ed opposizione (per favore, non usiamo più l’orribile bipartisan!), per il rinnovamento della scuola italiana, articolato in sei punti fondamentali (edilizia scolastica all’altezza, modifica del rapporto di lavoro dei docenti, riforma degli ordinamenti, lotta alla dispersione scolastica, sostegno al merito e al talento, finanziamento alla ricerca). Realisticamente, Cremaschi immagina che il suo programma incontrerà molti obiezioni in merito al reperimento delle risorse necessarie, soprattutto perché uno degli elementi innovativi della sua proposta è un forte innalzamento delle retribuzioni degli insegnanti. Ma la spesa, dice Cremaschi, non s’innalzerà: a patto di voler intervenire sulla scuola secondo alcune linee d’indirizzo, che vengono analiticamente presentate nel corso dell’esposizione.
Il “programma Cremaschi” si muove dunque sul terreno concreto delle cose come stanno adesso, in Italia, quanto a risorse: ma il vincolo forte così determinato non produce l’istinto a scrivere una “riforma al ribasso”, diventa invece lo spunto per una rivisitazione dell’intero sistema con l’intenzione di farlo funzionare meglio. Ecco dunque che Cremaschi affronta le questioni dei giorni di lezione nella settimana e nell’anno, dell’accorpamento degli istituti, della revisione dei programmi e dei carichi orari dei vari ordinamenti scolastici, del ruolo del personale non docente e, da ultimo, del reclutamento, della carriera e del rapporto di lavoro dei docenti e dei dirigenti scolastici. I due perni del ragionamento di Cremaschi sono, da una parte, la ricerca di razionalizzazione delle risorse esistenti; dall’altra, l’intervento oculato per programmare il numero di nuovi docenti da inserire nel sistema scolastico a fronte del grandissimo numero di pensionamenti che si avranno nei prossimi anni.
Naturalmente, diversi passaggi dell’argomentazione di Cremaschi possono essere soggetti a critica (a chi scrive, ad esempio, pare che Cremaschi, pur riferendovisi, consideri poco il ruolo fecondo nella scuola di una reale cultura dell’autonomia, e lasci troppi margini di vaghezza alla questione del precariato); è difficile, tuttavia, non accogliere il nucleo fondamentale della sua proposta: affrontare la situazione subito, con una progettualità consapevole delle cose di scuola, ma anche con responsabilità politica.
E qui, come Cremaschi ben sa e come fa intendere nel (non tanto) sorprendente finale all’italiana del libro, si giunge al reale nodo della questione: terreno, negli ultimi anni, di tanta tattica politica, fatta di scaramucce episodiche e di fuochi fatui, la scuola in realtà dovrebbe ritornare ad essere invece un luogo di strategia, che è tutta un’altra cosa; ma questo implica una capacità condivisa di pensare oltre l’oggi, il che non è esattamente il segno dei tempi che attraversiamo.
